Roma, 23 ago. – “Lo Ius Scholae, che pur scandalizza le destre peggiori, e’ una riforma gravemente insufficiente e rischia persino di introdurre altre discriminazioni, non tenendo conto per esempio del fenomeno della dispersione scolastica”. Lo scrive la europarlamentare eletta nelle liste di Avs, Ilaria Salis, in un post sui social network. “Pure lo Ius Soli, che e’ una realta’ concreta non nell’Isola di Utopia ma addirittura negli Stati Uniti d’America, sarebbe troppo poco. Ius Scholae e Ius Soli non sono punti di arrivo, tutt’al piu’ possono essere dei passaggi. Quello che realmente conta e’ una battaglia di tutte e tutti per affermare una reale eguaglianza”, aggiunge Salis che, poi, si sofferma sulla sua esperienza di maestra: “Quando lavoravo come maestra avevo classi, quasi intere, di bambini che periodicamente dovevano assentarsi per recarsi in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. Vi rendete conto? Un bambino di sei anni costretto ad andare in questura, spesso all’alba, e mettersi in fila per ricevere l’assurda concessione di poter stare nel paese dove abita, o dove magari e’ persino nato. Questo, oltre a tutte le altre discriminazioni che gia’ in tenera eta’ sono costretti a subire. Nella civilissima Milano e’ capitato, a piu’ riprese, che alcune famiglie di richiedenti asilo fossero addirittura caricate con manganelli e lacrimogeni dalla polizia mentre si trovavano, in pieno inverno, a fare la coda al freddo e al buio per i documenti. Che dei ragazzini nati e/o cresciuti in Italia non possano vivere sereni al pari dei propri compagni e’ una barbarie inqualificabile. Chiunque abbia un briciolo di umanita’ e decenza, dovrebbe scagliarsi contro chi difende un simile modello di societa’. E’ una questione di civilta’, livello base. Ma la faccenda e’ ben piu’ ampia di come viene ridotta nel dibattito pubblico. Le economie dell’Italia e dell’Europa si reggono sul lavoro di milioni di persone straniere, spesso confinate nei settori dove lo sfruttamento e’ piu’ duro, i rischi per la salute maggiori e le possibilita’ di ascesa sociale pressoche’ inesistenti – agricoltura, edilizia, ristorazione, pulizia, cura. Eppure, queste persone, non usufruiscono degli stessi diritti dei cittadini. Diritti molto materiali, come l’accesso alla sanita’, al welfare, alla formazione, la mobilita’, etc. Cose banali, ma che fanno la differenza nella vita di una persona. Dunque, anche e sopratutto questo e’ capitalismo razziale. Il principio da contrapporre e’ molto semplice: a parita’ di doveri, parita’ di diritti. Solo in una societa’ dove il razzismo e’ sistemico, spesso cosi’ radicato da non percepirlo nemmeno, si puo’ accettare una simile discriminazione codificata nella legge”, conclude Salis.
