La situazione dell’ex Ilva si complica giorno dopo giorno. Il governo brancola nel buio, il ministro Urso peggio, non sa cosa fare, passa tra gare andate a vuoto e il fondo speculativo americano Flaks. Un caos inaccettabile. L’ex Ilva è l’emblema del fallimento delle politiche industriali di Urso e Meloni. Nel frattempo i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia hanno avviato un’azione risarcitoria da 7 miliardi di euro contro gli amministratori e ArcelorMittal, accusati di aver avuto un atteggiamento predatorio finalizzato al sistematico trasferimento di risorse. In questa confusione il governo propone l’ennesimo decreto tampone che stanzia risorse, poche, per permettere di rimanere acceso all’unico forno che funziona a Taranto. Un po’ poco per il rilancio dell’azienda e della produzione di acciaio. Alleanza Verdi e Sinistra vota contro. L’Italia è la seconda produttrice di acciaio in Europa, dopo la Germania, e l’undicesima al mondo. Mentre il governo è avvitato in una discussione su troppo green o meno green sta tralasciando il tema, non più rinviabile, della riconversione industriale e della bonifica ambientale. Riconversione e bonifica che può essere fatta solo con l’intervento diretto dello Stato, come già avvenuto in passato per esempio alla Falck. Perché solo lo Stato può garantire un processo di questa portata. Di fronte a tutto questo ci ripresentano l’ennesimo decreto, l’ottavo intervento normativo di questa legislatura sullo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto, che darà ossigeno all’azienda per due mesi, forse tre mesi. In tre anni di governo Meloni sono stati stanziati 1 mld e 189 milioni di euro che non hanno assolutamente modificato o migliorato la situazione dell’ex Ilva. L’azienda si salva solo con la produzione di acciaio verde e l’intervento diretto dello Stato. Il resto è la solita presa in giro ai lavoratori, ai sindacati e ai cittadini.
Lo afferma il senatore dell’Alleanza Verdi e Sinistra Tino Magni.
