Carceri. Cucchi: bimbo di due anni cresciuto in carcere è abominio per lo Stato

Il caso del bambino di due anni costretto a crescere con la madre in una cella del carcere di Rebibbia, rappresenta un abominio per uno Stato di diritto. Giacomo, nome di fantasia, neanche tre anni, non ha compagni di giochi, né spazio per giocare, che alla sua età vuol dire banalmente vivere. La sua storia è un esempio eclatante delle inadeguatezze del sistema penitenziario italiano, che invece di garantire la sicurezza, finisce per aumentare la fragilità di tutti noi. Da quasi dieci mesi, Giacomo vive dietro le sbarre. Questa vicenda, che inizia con la reclusione dei genitori di Giacomo, evidenzia anche una problematica più ampia: uno Stato che, di fronte alla violazione della legge, risponde violando i diritti fondamentali. Invece di aprire opportunità, lo Stato sembra più preoccupato di chiudere orizzonti, senza scrupoli per coloro che rimangono indietro a guardare un muro, anche se hanno meno di tre anni. Questa maggioranza e questo governo non hanno mai visto un bambino in carcere. Sono pericolosi, non conoscono la realtà carceraria italiana, dovrebbero trascorrere almeno 48 ore in una delle nostre prigioni per rendersi conto delle condizioni disumane che vi si trovano. I numeri sono eloquenti: un suicidio ogni tre giorni, senza contare i sei agenti penitenziari, che si sono tolti la vita. Il Ministro della Giustizia Nordio, che dice di avere a cuore questo problema, ha presentato un decreto chiamato ‘carceri sicure’ che fa tutto meno che svuotare le carceri. A Nordio chiede: tenere un bimbo in carcere è da ‘carceri sicure’? Questa non è politica, è crudeltà. Non si può fare politica sulla pelle della gente.

Lo afferma la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi, vicepresidente della commissione Giustizia del Senato.