Settant’anni fa, l’8 agosto 1956, a Marcinelle morirono 262 minatori. Tra loro 136 erano italiani. Erano emigrati, partiti in cerca di lavoro e dignità. Trovarono invece sfruttamento, condizioni disumane e la morte. Ricordarli è un dovere. Ma la memoria serve solo se ci aiuta a guardare il presente.
Perché lo sfruttamento continua a uccidere. Cambiano i luoghi, non la logica. Ancora oggi si muore nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche. E troppo spesso a pagare il prezzo più alto sono i lavoratori più ricattabili.
Lo scrive su Facebook Nicola Fratoianni di Avs, nel giorno dell’anniversario della strage di Marcinelle e mentre le cronache di oggi parlano di morti sul lavoro da Nord a Sud del nostro Paese.
L’Italia, intanto, è tornata ad essere un Paese di emigrazione. Centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, continuano a partire – prosegue il leader rossoverde – in cerca di opportunità, mentre il loro futuro resta ai margini del dibattito pubblico.
La memoria non può essere selettiva. Gli italiani emigrati che oggi ricordiamo erano spesso guardati con diffidenza, marginalizzati, discriminati, sfruttati. È proprio quella storia che dovrebbe impedirci di alimentare paura e ostilità verso chi oggi è costretto a migrare. Perché i diritti e la dignità non cambiano con il passaporto.
Il modo migliore per ricordare Marcinelle – conclude Fratoianni – è scegliere, ogni giorno, da che parte stare: dalla parte del lavoro, dei diritti e della dignità umana. Sempre.
