L’intervista esclusiva di Ilaria Salis a La Repubblica – 31 Maggio 2024

Ilaria Salis Candidata alle elezioni europee 2024 con Alleanza Verdi e Sinistra

«Non sono ancora uscita dal pozzo…», dice a un certo punto Ilaria Salis, condensando in un’unica frase lo stato d’animo di una donna che non è più in carcere, ma è lo stesso prigioniera. Nella prima intervista dopo il trasferimento ai domiciliari in
un appartamento di Budapest, la maestra antifascista di Monza, 39
anni, sotto processo per tre episodi di lesioni ai danni di neonazisti e ora candidata con Alleanza Verdi e Sinistra alle Europee, si racconta a Repubblica ripercorrendo i momenti più bui della lunga detenzione, quando leggere l’Inferno di Dante era l’unico modo per non viverlo davvero, l’inferno. E poi la scelta di candidarsi, l’enorme responsabilità politica che si è assunta e il valore dell’antifascismo militante.

Quattrocentosessantasei giorni in un carcere ungherese di massima sicurezza. Qual è stato il peggiore?
«Quello in cui ho saputo che non potevo comunicare con nessuno, neanche con la mia famiglia».

Una sola ora d’aria quotidiana, 23 ore in cella. Cosa si prova?
«Durante i primi periodi il tempo non passava mai, perché ero abituata ai ritmi di una persona libera e attiva. Sola, rinchiusa, senza contatti con l’esterno, non sapevo neppure che ore fossero, la notte era indistinguibile dal giorno. Poi, pian
piano, le cose sono un po’ migliorate. Si trova il modo per sopravvivere, si riesce a gestire la monotonia di giornate tutte uguali. Però, certo, che tu sia da sola o con altre sette persone, 23 ore al giorno in cella sono alienanti».

C’è stato un momento in cui ha perso la speranza?
«A volte il pensiero di rivedere la luce sembrava irraggiungibile, però devo dire che non ho mai perso la determinazione a resistere. Il pozzo non è soltanto il carcere con le sue mura e le sue sbarre. Il pozzo è anche trovarsi ai domiciliari all’estero ed essere sottoposta a un processo in cui
si rischiano 24 anni di carcere. Forse, in questo momento, l’uscita può sembrare più accessibile, ma non sono ancora fuori. È stato compiuto un primo passaggio, il percorso non è concluso».

Si è sempre dichiarata innocente. Chi o cosa l’ha aiutata a resistere in carcere?
«Solo due cose ti aiutano a resistere lì dentro. La solidarietà delle persone a
cui voglio bene e, seconda cosa, la consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia».

Dopo il primo periodo, ha avuto qualcosa da leggere?
«Mio padre mi ha fatto avere prima l’Inferno di Dante, poi il Purgatorio. Sono libri miei, sono contrassegnati dalle mie note. Li ho letti per ore e ore. Poi fogli di quaderno, su cui ho scritto molto (lettere, alcune delle quali pubblicate da Repubblica, ndr). E ricamavo, anche. Sono a casa da pochi giorni e la percezione del
tempo è completamente diversa, ora il tempo vola».

Cosa vuol dire partecipare alle udienze incatenata e al guinzaglio di un agente carcerario?
«La cosa peggiore sono le catene ai piedi, troppo corte, ed è complicato salire i gradini delle scale o scendere dal furgone su cui ti trasportano. Ma sa qual è la cosa che più mi turbava?».

Quale?
«Il rumore orrendo e metallico che facevano, a ogni passo. E l’essere esposta, in quelle condizioni, alla gogna. Qui in Ungheria c’è un’attenzione mediatica esagerata
per i processi penali, le immagini delle udienze vengono trasmesse ogni sera sui telegiornali. Gli imputati di solito chiedono che il loro volto venga sfocato mentre, così legati, sono trascinati davanti alla corte».

Lei invece non l’ha chiesto. Perché?
«Per me era importante mostrare che con quei ceppi vengono legate persone vere, con le proprie storie e le proprie emozioni. Anche se, certamente, non è gradevole poi
rivedersi in catene su tutti i giornali».

Ha stretto amicizia con qualcuno in carcere?
«Ho conosciuto donne di tutte le età, con le loro storie, i loro punti di forza
e le loro fragilità. Non le dimenticherò. Non saprei se chiamarla amicizia, ma con le persone con cui condividi uno spazio così ristretto e vissuti forti dal punto
di vista emotivo si crea una complicità che supera le barriere linguistiche e culturali. Ovviamente questo non accade sempre e con tutti. Nelle carceri, come in ogni altro luogo del mondo, puoi incontrare brave persone e cattive persone».

Quando ha capito che qualcosa stava cambiando?
«Quando la mia immagine in catene ha fatto il giro d’Europa alla fine di gennaio e l’opinione pubblica ha iniziato a interessarsi alla mia situazione».

Venerdì 24 maggio 2024, il giorno in cui è uscita.
«Avevo tanta energia, mi sentivo curiosa. Mentre la polizia mi portava a casa, dal finestrino del furgone divoravo con gli occhi la città e la sua vita, i palazzi, le strade, il fiume e gli spazi aperti. Ho finalmente riabbracciato le persone a cui voglio bene. E poi ho mangiato una pizza!».

Il punto di svolta è stata la candidatura?
«La candidatura è stata un passaggio molto importante e ne approfitto per ringraziare chi mi ha offerto questa possibilità. Ma un vero punto di svolta non c’è stato. Ripeto, non sono ancora uscita dal pozzo».

C’è chi pensa che, ora che è ai domiciliari, la sua battaglia si sia depotenziata e abbia meno senso votarla.
«I domiciliari sono solo una tregua, la mia battaglia non è affatto finita. E soprattutto non è soltanto mia, è la battaglia di tutti coloro che si trovano
a subire analoghe situazioni di ingiustizia».

Sin qui la campagna elettorale per lei l’ha fatta suo padre Roberto. Come ha intenzione di portarla avanti? Sta pensando a un programma, un manifesto elettorale, una lettera aperta?
«Dalla cella alla campagna elettorale il passaggio è stato brusco. Mio padre continuerà il lavoro che ha iniziato. Io sono molto motivata e determinata, definirò presto le modalità di un intervento diretto, compatibilmente con la mia situazione giudiziaria, personale e materiale».

Se verrà eletta, qual è la prima cosa di cui si occuperà all’Europarlamento?
«Sicuramente i diritti umani dei detenuti in Europa e in Italia. Voglio partire dalla mia storia personale, trasformandola in qualcosa di costruttivo. Sono un’insegnante precaria e militante antifascista, mi voglio battere per il diritto
all’istruzione, i diritti dei lavoratori e dei precari, per contrastare le destre
radicali e ogni forma di intolleranza».

Tornerà a insegnare?
«Certo che sì, non appena potrò. Amo il mio lavoro e mi è mancato durante questo anno. Purtroppo per colpa dell’arresto non ho potuto partecipare al concorso pubblico a marzo, quindi continuerò a insegnare come supplente. È stato bello per me ricevere sostegno da colleghi, presidi e genitori, che ringrazio».

Come racconterà di sé ai suoi alunni?
«Se mi chiederanno qualcosa, risponderò volentieri alle loro domande. Mi piacerebbe soprattutto parlare di storia, per spiegar loro a quanta inutile sofferenza l’umanità si è sempre condannata. E, purtroppo, continua a condannarsi. Voglio mandare un saluto affettuoso a tutti i miei studenti».

Tornerebbe a Budapest per manifestare contro il raduno neonazista?
«Non è importante quello che farei io. Il punto è che raduni di questo genere in Europa non devono proprio esserci. Spero che la mia vicenda possa aiutare a sviluppare questa consapevolezza».

Cosa significa per lei essere antifascista militante?
«Tante cose, tutte ugualmente importanti e complementari. Non significa soltanto contrastare la diffusione di organizzazioni fasciste, ma anche lottare contro le
oppressioni, assumendosi la responsabilità storica della lotta per la libertà, nell’uguaglianza dei diritti».

Nel governo italiano c’è chi ha difficoltà a dichiararsi antifascista. Cosa ne pensa?
«Per me l’antifascismo è qualcosa di vivo e sentito, non è una dichiarazione vuota, formale e, probabilmente, ipocrita. Anche gli appelli alla Costituzione, per quanto
legittimi, doverosi e importanti, da soli non bastano. Infatti per me è importante dare vita ad una nuova cultura popolare antifascista, che affondi sì le proprie radici nella gloriosa tradizione dei partigiani, ma che si nutra anche e soprattutto del presente. Una cultura vicina alle grandi questioni di oggi, come la diseguaglianza sociale, le discriminazioni, le guerre e il cambiamento climatico».

L’indirizzo dell’appartamento in cui sta scontando i domiciliari è apparso su un sito neonazista, e le stanno arrivando anche minacce personali. Ha paura?
«Ho più paura per la mia famiglia quando mi fa visita e mi dispiace che sia in pena per me. Dopo tutto ciò che mi è capitato qui, sinceramente non so cosa mi debba aspettare ancora in questo Paese. Senz’altro sarei più tranquilla in Italia».

Cosa succederà se non venisse eletta?
«Dovrò rimanere ai domiciliari qui in Ungheria e affrontare un processo in cui potrebbero condannarmi fino a 24 anni di carcere. Io continuerò a essere quella che sono: una donna che si batte per l’uguaglianza e la libertà, al di là di dove si trova in un determinato momento. E in Europa continuerà ad esserci questo enorme problema di ingiustizia».

L’intervista esclusiva di Ilaria Salis a La Repubblica – 31 Maggio 2024